sabato 1 giugno 2013

DISINFORMAZIONE: l'illusione di essere libero di scegliere!



John Swinton (1829-1901), redattore-capo del New York Times, in un discorso tenuto nel 1880 durante un banchetto in suo onore presso l'American Press Association («Associazione della Stampa Americana») ebbe a dire: «Che follia fare un brindisi alla stampa indipendente! Ciascuno, qui presente questa sera, sa che la stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so io: non c'è nessuno fra voi che oserebbe pubblicare le sue vere opinioni, e, se lo facesse, lo sapete in anticipo che non verrebbero mai stampate. Vengo pagato duecentocinquanta dollari alla settimana per tenere le mie vere opinioni al di fuori del giornale per cui lavoro. Altri fra di noi ricevono la stessa somma per un lavoro simile. Se 
autorizzassi la pubblicazione di un'opinione sincera in un numero qualunque del mio giornale, perderei il mio impiego in meno di ventiquattro ore 
[...]. La funzione di un giornalista è di distruggere la verità, di mentire radicalmente, di pervertire, di avvilire, di strisciare ai piedi di Mammona e di vendersi egli stesso, di vendere il suo Paese e la sua gente per il proprio pane quotidiano o - ma la cosa non cambia - per il suo stipendio. Voi questo lo sapete e io pure: che follia allora fare un brindisi alla stampa indipendente! Noi siamo gli strumenti e i vassalli di uomini ricchi che comandano da dietro le quinte. Noi siamo i loro burattini;essi tirano i loro fili e noi balliamo. Il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre possibilità e le nostre vite sono di proprietà di questi uomini. Noi siamo delle prostitute intellettuali». Troppo spesso, la libertà di espressione, vanto delle democrazie che si vogliono moderne, appare per quello che è realmente: una chimera destinata a farci credere di essere liberi e di pensare con la nostra testa. La verità è che l'informazione non è che un nome dato a quell'insieme «notizie» che ci propinano i media destinate a forgiare l'opinione pubblica. Dietro alla facciata fittizia di un pluralismo delle idee si cela una censura mediatica (degna delle peggiori dittature) che filtra le notizie, che decide ciò che dobbiamo o non dobbiamo sapere, per il nostro «bene» e per l'«interesse nazionale», sia ben chiaro...      


The Mystical Body of Christ in the Modern World, pag. 14.
La televisione, la radio e la stampa esercitano certe influenze benefiche sugli individui a livello dell'informazione, dell'educazione, della socializzazione, della cultura e del tempo libero. Le influenze suggestive dei media sono talvolta assai positive, ma tutto dipende naturalmente dalla griglia di interpretazione utilizzata. Non è vano proporre una lettura sfumata: la suggestione collettiva onnipresente nei mass media è spesso deviata dal suo uso legittimo da comunicatori di massa poco rispettosi. La suggestione diventa allora manipolazione, con influenze striscianti che si imparentano con il condizionamento di massa. In effetti, i comunicatori di massa manipolano particolarmente bene l'emozione per influenzare i destinatari dei loro messaggi; essi cercano di raggiungere l'individuo mediante l'impressionabilità, toccando la sua sensibilità e graffiando il suo subcosciente. Talvolta, l'influenza esercitata cerca di suscitare un sentimento di colpevolezza nel destinatario per dirigerlo meglio. I politici sono i primi utenti di questi metodi, ma non sono i soli.

Il potere della disinformazione
Il cittadino informato può decidere con coscienza e cognizione di causa, mentre il cittadino disinformato può solo credere di decidere. Disinformare, quindi, è il modo più efficace per manipolare l’opinione e indirizzare le scelte del pubblico senza dover attuare alcuna evidente costrizione. La disinformazione si è da tempo evoluta in una scienza che adotta precisi meccanismi per instillare particolari concetti nella mente delle masse. Il suo funzionamento si basa su specifici termini ad effetto, tipiche frasi e luoghi comuni che vengono ripetuti incessantemente e all’unisono da tutte le fonti di informazione ufficiale per bocca di giornalisti compiacenti, autorevoli esperti, esponenti della politica e del governo.
Questa ridondanza di concetti e l’eco unanime delle fonti ufficiali ha una terribile influenza sulla gente e riesce a convincere l’opinione pubblica che quanto viene proposto sia buono, bello, moderno, vantaggioso, necessario e imprescindibile. Un concetto funzionale ad un preciso obiettivo viene così studiato, allestito, categorizzato e ripetuto finché non entra nel gergo comune e diventa parte del pubblico sentimento. In tal modo, grandi falsità si trasformano magicamente in verità e, quindi, in storia. Ecco come e perché nascono termini come ripresa economica, recupero di competitività, riforme strutturali, equilibrio finanziario, crescita sostenibile (vedi prime dieci pagine del Programma Nazionale di Riforma 2012), esportazione di democrazia, intervento umanitario, guerra pulita e globalizzazione. Ecco perché si attribuiscono nomi fantasiosi ad inesistenti anticicloni e si inventano nuovi fenomeni come il riscaldamento globale, le innocue velature e le stratificazioni medio-alte. Senza tralasciare il puntuale ricorso a coadiuvanti come la minimizzazione degli argomenti scomodi, la diffamazione e lo scherno delle fonti non allineate, il debunking e il gatekeeping a difesa delle versioni ufficiali, nonché l’accusa pubblica nei confronti dei soggetti che scelgono di andare controcorrente.
Infine, il meccanismo dell’etichettatura attribuisce specifici epiteti a seconda dell’opportunità e del messaggio che si vuole veicolare. Ecco perché d’improvviso alcuni governi si trasformano in regimi totalitari, dittatoriali e sanguinari, uno sparuto gruppo di mercenari senza scrupoli viene descritto come un movimento di ribellione contro l’oppressione e chi formula scomode teorie, pur corredate da prove tangibili, viene tacciato di complottismo. Così specifici fenomeni, di per sé assolutamente insignificanti, vengono strumentalizzati per intaccare l’immagine di questo o quel governo.
Chiaro il sistema? Qui non si tratta più di informazione, bensì di formazione dell’opinione pubblica.

L’imperativo è non pensare
L’informazione ufficiale è da tempo un mero strumento di propaganda e disinformazione a cottimo, caratterizzato da un totale allineamento delle testate giornalistiche nell’esporre la versione dei fatti, come se vi fosse sempre un’unica fonte. Titoli fuorvianti e creati ad arte, dettagli inventati di sana pianta, nessun approfondimento degno di nota, mai una seria citazione delle fonti, scarsa professionalità investigativa, elevate dosi di gossip e fantasiose teatralizzazioni dimostrano che l’intento non è informare, bensì catturare il pubblico e condurlo ad assimilare il messaggio desiderato, come in una seduta ipnotica.
Giornalisti, reporter e conduttori di programmi d’informazione sono solo agenti in prima linea di un sistema occulto di dimensioni vastissime che perpetua una vera e propria guerra su larga scala, utilizzando come armi la disinformazione e la propaganda. Anchor men sorridenti, ferventi conduttori, saccenti esperti e ammiccanti meteorologi tentano di comunicare al pubblico un preciso messaggio, cioè che non è necessario sforzarsi di pensare, perché ci pensano loro a servirci la verità su un piatto d’argento e con tanta simpatia. Il loro obiettivo è catturare totalmente la fiducia delle masse per garantire la massima penetrazione dei concetti di volta in volta veicolati.
Gli eventi terroristici, le stragi, le rivoluzioni colorate, le guerre, le grandi catastrofi e i vari misteriosi delitti irrisolti vengono tutti rappresentati con una sceneggiatura teatrale di stampo quasi amatoriale, fatta di affermazioni perentorie, grandi smentite, patetici colpi di scena, sfumando d’intensità con il passare delle settimane fino a sparire dalla scena una volta che il messaggio è stato adeguatamente diffuso ed assimilato. Ma stando sempre ben attenti a non costruire collegamenti fra notizie attinenti, a non approfondire veramente, a non fornire spiegazioni plausibili, a non dare mai una soluzione certa e definitiva, lasciando comunque uno spazio per qualsiasi correzione o smentita.
Ma soprattutto, occultando accuratamente i grandi crimini planetari che stanno dietro a tutto questo, evitando che l’opinione pubblica abbia anche una minima possibilità di prendere coscienza del quadro generale. Quindi, mai parlare apertamente della geoingegneria clandestina (ovvero ciò che stolti e pavidi chiamano volgarmente scie chimiche) che causa gravi malattie, improvvise alluvioni, prolungata siccità ediverse altre calamità, nessun accenno ai motivi che spingono le grandi multinazionali e i trafficanti di armi, tecnologie belliche, scorie nucleari e droga a causare rivolte e occupazioni militari in Africa e Medio Oriente, mai approfondire gli eventi catastrofici pseudo naturali e terroristici in chiaro stile false flag, mai spiegare veramente l’origine della crisi economica e del sistema finanziario allestito e controllato da entità private che godono di totale immunità e che hanno privato le nazioni della propria sovranità monetaria e decisionale, né tantomeno svelare il meccanismo occulto di stampo pedofilo, satanico ed esoterico che si cela dietro le più alte figure di potere, permea tutto il mondo dell’entertainment, usa da decenni tecniche di condizionamento e controllo mentale.



Se l'informazione è in mano a pochi LA DEMOCRAZIA e LA LIBERTA' SONO ILLUSORIE.



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4 commenti:

  1. Se i problemi sociali sono culturalmente definiti, è ragionevole attendersi che essi aumentino e calino in popolarità nel corso del tempo.
    I Professori Stephen Hilgartner e Charles L. Bosk hanno cercato di identificare cosa spieghi "il sorgere e il declino dei problemi sociali", cominciando da cosa viene identificato come problema sociale.
    Questi autori immaginano un'arena pubblica in cui ha luogo una competizione tra le situazioni che potenzialmente possono etichettarsi come problemi sociali.
    Questa competizione si realizza in due forme:
    1) nella definizione o nell'inquadramento dello stesso problema;
    2) nella cattura dell'attenzione delle Istituzioni - il Governo, i media, le fondazioni - le cui risorse o "capacità di azione" sono limitate.
    Quelle situazioni che vengono selezionate come problemi sociali sono fenomeni che hanno caratteristiche specifiche: esse sono o possono essere drammatizzate; trattano temi mitici profondamente radicati nella cultura; e sono politicamente vitali, spesso perché collegati a potenti gruppi di interesse. I vincitori di questa competizione acquisiscono lo statuto di problemi sociali ampiamente riconosciuti.

    I movimenti sociali richiedono che le persone siano motivate a riconoscere che esiste un problema, ad accettare la possibilità che venga risolto e a considerare una certa linea d'azione come adatta a produrre questo risultato.
    Per collegare un pubblico ad un problema sociale, occorre formulare il problema in modo tale che il pubblico accetti la sua rilevanza. Questo è normalmente concepito come un problema di framing.

    Secondo il sociologo Erving Goffman, un frame è uno schema interpretativo (una "cornice") che permette alle persone di dare un senso a ciò che esperiscono.
    Coloro che creano il frame, i cosiddetti claims-makers, devono colmare il divario tra la loro visione del problema e quella del pubblico ma devono anche scuotere le persone, commuoverle.
    Questo significa non solo fare appello alla sfera cognitiva ma anche a quella emotiva. Gli attivisti dei movimenti usano spesso l'Arte per raggiungere i cuori dei potenziali sostenitori della loro causa [1].

    Note e fonti:
    [1] "Sociologia della cultura", di Wendy Griswold, il Mulino Editore, 155-159

    Ciao, Nyko

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    1. Caro Nico,
      grazie per il tuo contributo!!!
      Hai dimenticato però di mettere il link del tuo blog (LA TEORIA DEL COMPLOTTO) da cui è tratto questo prezioso intervento..
      Lo metto io per te, ma bada: è solo per questa volta, alla prossima dovrai ricordartene tu!!! (ovviamente skerzo) ^_^

      http://www.lateoriadelcomplotto.com/2012/12/la-teoria-del-complotto-aids.html

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